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Le malghe
Fin dall'epoca romana e medioevale il monte Baldo è stato interessato da una consistente pastorizia ovina e caprina con forme di transumanza lungo percorsi tradizionali. I pastori utilizzavano come rifugio nella zona più elevata dei ricoveri, costruiti con muri a secco ricoperti di paglia, frasche o rami di pino mugo, oppure cavità sottoroccia. Si trattava comunque di un allevamento intensivo che interessava negli ultimi tre secoli le aree al di sopra dei 1.500 metri. L'allevamento bovino ebbe un notevole impulso a partire dal XVI secolo. Il miglioramento prosegue poi nel Settecento e nell'Ottocento a scapito però di quello ovino e caprino sempre più marginalizzato in zone impervie ed elevate. Nascono allora le tipiche malghe baldensi, dovute alla tradizionale maestria dei montanari e ad esigenze pratiche e funzionali, ma che inizialmente erano molto semplici, con un unico "logo del late" che trasformava ed adattava i precedenti baiti dei pastori di pecore situati fra i 1.000 e i 1.600 metri. L'esigenza poi di consentire la residenza ai mandriani e di migliorare la lavorazione del latte e la conservazione del formaggio ha fatto si che verso la fine del 1600 e nel corso del 1700 le malghe venissero ulteriormente modificate nella loro tipologia. I baiti presentano una forma rettangolare: "logo del foco" e "logo del late". Il nome "logo del foco" deriva da un grande camino che serve a contenere un grande paiolo di rame (la "caldèra"), che veniva appeso ad una mensola ruotante, nel quale veniva riscaldato il latte per ottenere il formaggio. Il "logo del late", possiede piccole finestre in modo da consentire una migliore aerazione del locale, che serviva come deposito del latte nelle "mastèle" e dei formaggi che venivano posti ad asciugare prima di essere sistemati nella "casara". Sotto i due "loghi" si trova spesso una piccola stanza con copertura a volta, che serve per ricoverare il bestiame appena nato o ammalato. Nelle vicinanze della malga sorgevano inoltre altre costruzioni con funzioni accessorie: la "casara" dove venivano riposti e conservati i formaggi e il "porcile", formato da tanti piccoli vani paralleli che ospitavano i maiali. Dopo la seconda guerra mondiale, a causa della crisi agricola e del conseguente abbandono della montagna, la malga è entrata in crisi come struttura economica, ma ancora oggi molte malghe vengono comunque utilizzate dai malghesi ed ospitano in media 30-40 capi di bestiame costituendo un paesaggio unico sul monte Baldo, grazie al loro armonico inserimento nel più ampio contesto della montagna.

I molini
In passato i corsi d'acqua più fondamentali rivestivano due importanti funzioni: per l'irrigazione di una cospicua superficie agraria e per dare energia agli opifici, in particolare molini a grano. L'acqua del fosso, condotta in apposite canalette ricavate da blocchi di pietra, veniva fatta cadere sulle grandi ruote a pale, le quali, girando, trasmettevano il moto, attraverso un complicato sistema di ingranaggi e perni, fino alla "pietra da molin" che, ruotando sulla corrispondente pietra sottostante oppure rotolando verticalmente rispetto ad un perno centrale, macinava il grano. Parecchi di questi molini hanno funzionato perfettamente fino a pochi decenni fa.

Le fornaci
La presenza di argilla ha dato luogo, sin dalla metà del XVI secolo, ad una fiorente industria di prodotti laterizi (coppi, mattoni e mattonelle) che furono utilizzati solo nell'edilizia locale. L'argilla era cavata nei mesi invernali praticando pozzi di metri 4x4, profondi fino a 10 metri. La profondità giocava a favore della purezza dell'argilla. Lasciata in cumuli a gelare durante l'inverno onde favorire il processo di disgregazione, veniva poi immersa nell'acqua e, così inumidita, veniva pigiata con i piedi per amalgamarla e renderla plastica. L'impasto così ottenuto veniva posto, utilizzando un apposito disco, in stampi di ferro rettangolari ("chirola") e lisciato superiormente a mano; quindi veniva adagiato sopra un semicilindro curvo in legno ("sipel") per assumere la forma del coppo. Estratti dallo stampo con un deciso e abile gesto delle mani, i pezzi venivano allineati sull'"area", grande spiazzo di superficie sabbiosa tenuto costantemente spianato, affinché essicassero per poter essere agevolmente trasportati nella fornace a cuocere. La cottura dei laterizi, che avveniva nei soli mesi di luglio e agosto, durava sei giorni, dalla domenica al sabato successivo, durante i quali il fuoco doveva essere costantemente alimentato. Il calore, che superava gli 800 gradi, provocava anche la cottura dei massi di calcare delle arcate che, gettati in acqua, si trasformavano in calce da costruzione. Queste fornaci sono state attive fino a 50 anni fa; ne esistono ancora oggi, anche se in stato di completo degrado.

Le calchere
Erano dei forni per la produzione della calce viva mediante combustioni di massi calcarei. I massi venivano disposti a cupola, all'interno della quale si introducevano, da un apposito buco, alcune fascine di legna. Il fuoco, continuamente alimentato, doveva durare otto giorni esatti utilizzando quindi migliaia di fascine. Sulla sommità della cupola veniva posta una pietra con una croce che, quando diventava bianca, indicava la conclusione della cottura. I massi estratti dal forno venivano immersi nell'acqua per completare il processo chimico di formazione della calce da costruzione. Queste costruzioni sono oggi purtroppo in grave degrado, ma se ne può trovare ancora qualche esempio, anche se quasi sommerso dalla folta vegetazione cresciuta dopo l'abbandono.

Le giassare
Queste vere e proprie "industrie" produttrici di ghiaccio vengono fatte risalire agli inizi dell'Ottocento. Erano pozzi interrati, profondi 8-10 metri, costituiti da muratura in sasso cilindrica, con copertura sopraelevata rispetto al terreno per consentire l'apertura di una "bocca" per l'introduzione ed il prelievo del ghiaccio. La copertura era in legno e coppi con falda a uno o due spioventi oppure conica con manto di "canel" (canna palustre). Questa struttura veniva ricavata vicino ad una pozza, collocata in un sito ombreggiato ed esposta preferibilmente a tramontana, destinata a fornire la materia prima: il ghiaccio. Nei mesi invernali, non appena si era formata la lastra superficiale di ghiaccio, essa veniva opportunamente tagliata o segata in elementi regolari di circa 1 metro di lato che venivano poi calati con appositi organi nel pozzo ed qui accatastati, in strati sovrapposti, fino alla "bocca". Nei successivi mesi estivi, a partire da maggio, le lastre di ghiaccio venivano prelevate dal pozzo, tagliate in pezzi a forma di parallelepipedo ed inviate in città e nei centri turistici a chi aveva necessità di conservare cibi, carni e pesce.

Le fontane e i lavatoi
Le piazze di alcune contrade presentano ancora delle splendide fontane, che sono dei veri e propri monumenti. Ci sono delle magnifiche vasche sagomate circolari sovrapposte, scolpite in un unico blocco e sostenute da uno stelo centrale pure in marmo in modo che l'acqua, sgorgante dall'alto, formi più cascate concentriche. Inoltre sono numerosi i lavatoi, forniti di acqua corrente per il lavaggio dei panni, formati da una successione di vasche adatte alle diverse fasi delle operazioni di pulizia e muniti di un piano inclinato in pietra per l'insaponatura. La conservazione di questi manufatti, posti a lato delle strade in prossimità di quasi tutte le contrade ed oggi naturalmente inutilizzati, è tuttavia estremamente importante, non solo per il loro pregio architettonico, ma anche perché costituiscono importanti testimonianze di una memoria storica che rievoca questi luoghi di incontro in cui tutti gli eventi tristi e lieti delle contrade sono stati raccontati dalle donne attraverso le loro "ciacole".

I magli idraulici
Esempio di maglio idraulico è quello di Vilmezzano, perfettamente conservato ed utilizzato fino a qualche anno fa per forgiare gli arnesi per scolpire il marmo. L'energia per la sua animazione proviene dall'acqua del fosso "Campion" fatta cadere su una ruota girevole. Caratteristico è l'antro scuro per i fumi provenienti dalla bacinella d'acqua in cui veniva introdotto il ferro rovente, opportunamente modellato dal maglio battendo sull'incudine per essere temprato.

I roccoli
Erano degli appostamenti per la cattura con le reti degli uccelli, reti che venivano abilmente occultate in gallerie circolari formate da alberi opportunamente sagomati e posti su alture lungo le linee di migrazione dei volatili. Su un punto del cerchio veniva eretto il "casino", costruzione alta e snella a due piani: quello superiore per le operazioni di avvistamento e di cattura degli uccelli e quello inferiore per riporre gli uccelli da richiamo o addirittura per pernottarvi al fine di essere pronti di buonora. Gli uccelli migratori richiamati dai "colleghi" della stessa specie rinchiusi in gabbie nonché legati a terra (zimbelli) così da sembrare liberi, si posavano sugli alberi posti all'interno del cerchio e quindi, spaventati dal lancio di forcelle triangolari formate da vimini intrecciati ("strambai") e dai fischi che simulavano i falchi predatori, tentavano la fuga lanciandosi in basso verso l'esterno ed incappando così nelle reti.

Capitelli e croci votive
Abbastanza numerosi sono i "capitèi" o "strafoleti", cioè le stele e croci votive, si tratta di simboli sacri, innalzati secondo una tradizione cattolica che vuole immagini della Vergine, di Cristo, di Santi, o di segni sacrali a protezione di raccolti, oppure di contrade, di fonti o di luoghi particolari. In ogni caso, la posizione non è mai casuale: può essere un'altura, un albero isolato, una fontana, un punto panoramico o storico; necessariamente deve essere una posizione dominante o frequentata per vari usi inerenti la vita locale. Generalmente tali simboli sacri sono frutto di ex-voto, di grazie ricevute o di scampati pericoli. Nella zona baldense si aggiungono però altre due specifiche motivazioni: la presenza del Santuario della Madonna della Corona, con tutta una serie di itinerari tradizionali percorsi dai pellegrini per recarsi in visita e con una forte diffusione del culto della Vergine Addolorata. I più antichi capitelli risalgono al XVII-XVIII secolo e generalmente sono costruiti con materiali poveri e rinvenuti in loco (sassi calcarei, ciottoli, ecc.) con tettuccio ed eventuali rivestimenti in lastre calcaree. Si tratta di una architettura semplice e spontanea che esprime una profonda religiosità popolare che non tralascia però alcuni aspetti decorativi. Altra importante testimonianza di religiosità popolare sulle pendici meridionali del monte Baldo e nella piana di Caprino sono le croci votive, scolpite da artisti locali nel secolo scorso che rappresentano motivi della Passione di Cristo, nonché la tradizionale Pietà con la Madonna della Corona.

Fortificazioni e trincee
Questa zona, per il suo ruolo storico di confine ma anche di cerniera tra il nord ed il sud, è particolarmente ricca di fortificazioni e di campi trincerati. Esistono proprio per questo motivo forti costruiti sia dagli Austriaci che dagli Italiani, sparso su tutto il monte Baldo. Durante il 1914, anno di neutralità italiana allo scoppio della prima guerra mondiale, ci furono molti preparativi da parte dei due eserciti, infatti, furono costruiti camminamenti, trincee, strade, nidi di mitragliatrice. In realtà queste opere non furono utilizzate durante il conflitto, ma rimasero comunque ben conservate; ora purtroppo non lo sono più, ma rimangono comunque tratti significativi che potrebbero essere ripristinati.

Muri, introi e vicoli
Costituiscono certamente degli aspetti caratteristici del paesaggio baldense. I muri infatti delimitano gran parte delle strade dei centri storici del Baldo e particolarmente significativi sono quelli che recintano le campagne, i fondi delle varie proprietà e che sostengono i terrazzamenti. I muri sono costituiti da "seregni", ciottoli morenici nella zona collinare, sassi calcarei nella zona montana, pietrisco di riempimento e poca calce. Frutto di una lavorazione artigianale che rispondeva all'esigenza di delimitare diverse proprietà. Il termine "introi" è un vocabolo retico che significa sentieri. Questi sono dei vicoli della zona collinare, degli stretti passaggi pedonali che collegano tra loro strade più importanti e che presentano il tipico selciato in ciottoli a "saleso", con gradini in pietra, delimitati da altri muri.

Le meridiane
Nonostante l'invenzione dell'orologio meccanico, per molto tempo resistettero le meridiane, dei quadranti variamente elaborati che permettevano di conoscere l'ora solare quando l'ombra dell'asta metallica si proiettava sulle ore disegnate sul quadrante. Di queste testimonianze rimangono ancora alcune significative tracce sulle facciate di qualche casa e sono interessanti non solo per il loro valore storico, ma anche perché talvolta sono munite di pregevoli ed elaborate decorazioni e impreziosite da iscrizioni.

Le cave
L'area del monte Baldo ha antiche tradizioni nel settore lapideo, infatti, in alcune zone sono numerose le cave di marmo, le famose "preare", dove lavorava la quasi totalità della popolazione attiva locale. Addirittura "mitici" erano gli scalpellini e i lapiciti nostrani, autentici artisti, richiesti ovunque anche all'estero, ed ora quasi completamente scomparsi.

 
 

Centro di Educazione Ambientale Legambiente Verona - Via Bertoni, 4 - 37122 Verona. Tutti i diritti riservati. Illustrazioni: Manuel Malesani.