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Documento programmatico di Legambiente Verona - 4 novembre 2011

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Verona al tempo della crisi 

Documento programmatico di Legambiente Verona - 4 novembre 2011

 

Tra le cause conosciute della crisi economica, che ha portato con sé anche una crescita dei conflitti sociali e ambientali in ogni angolo della terra, ha trovato spazio anche nella nostra città quella gara individualistica ai consumi indotta da stili di vita che hanno dimenticato le difficoltà sofferte in un recente passato e, nello spirito di conservare i propri privilegi, si è scagliato contro la parte più debole della popolazione, cercando risposte in provvedimenti restrittivi delle libertà di questi soggetti.

È quanto accade nella Verona del XXI secolo la quale, dimenticando troppo presto i propri emigranti di pochi anni fa e la solidarietà che ha fatto parte di molti modelli cattolici, ha scelto di sostenere un gruppo di potere che fonda le proprie idee nell’individualismo, nel fai da te, nello spingere a solidarizzare solo con i simili, nel frammentare spazi e luoghi pubblici e soprattutto nell’essere pronta ad assecondare e favorire domande individuali pur se in conflitto con le regole. In questo modello di gestione della cosa pubblica ogni cittadino, affidando il compito di governare la città a questo gruppo di potere, si aspetta in contraccambio qualcosa in particolare, ad esempio che il proprio terreno agricolo diventi edificabile, o che si assecondi il desiderio di aprire una finestra o realizzare un garage senza chiedere permessi, o di non essere “disturbato” da noiosi pulitori di vetri o da mendicanti che altro non possono fare perché null’altro gli è permesso.

In questo clima di disaffezione per la politica dialettica e ragionata a favore della politica “del fare”, nulla importa se bene o male, Verona si sta radicalmente trasformando per opera degli “eletti” che, pur sapendo di esserlo a tempo determinato, arrogantemente promuovono interventi urbanistici destinati a durare per sempre. Questo modus operandi, tutt’altro che condiviso se non dai beneficiari, è stato imposto nel silenzio più assoluto, senza minimamente transitare da quei processi partecipati, obbligati dal buon senso ma soprattutto dalla legge

È un percorso, quello della partecipazione alla gestione della cosa pubblica, che Legambiente ha cercato di rilanciare in molte occasioni, non ultima in questi giorni con la presentazione di Ecosistema Urbano 2011. La rivoluzione energetica e la lotta ai cambiamenti climatici ha bisogno di condivisione nelle scelte urbane oltre a quelle che coinvolgono direttamente la vita sociale della città. Abbiamo premiato gli amministratori per alcune (poche davvero) opere sostenibili che sono state realizzate (impianti fotovoltaici su alcuni edifici pubblici e raggiungimento del 50% di raccolta differenziata, prima tra le grandi città d’Italia) ma, nello spirito critico e costruttivo che credo ci sia riservato, abbiamo tirato le orecchie a chi non vuole vedere i problemi e ascoltarne i motivi e affrontare le criticità che fanno di Verona una tra le città più inquinate d’Italia.

Si dirà che non è sufficiente criticare e non lo è nemmeno per impedire ulteriori scempi e disastri. È probabile, dato che lo abbiamo fatto per anni ma questo nostro costante e riconosciuto impegno non è stato ascoltato. È quindi necessario un nuovo atteggiamento che, continuando a intervenire in maniera critica per tutte quelle scelte che riterremo sbagliate o semplicemente infeconde, ci veda protagonisti e capaci di avanzare proposte per portare il temi ambientali in primo piano nelle scelte che riguardano non solo le aree urbane ma ogni angolo dove si ritiene indispensabile una scelta compatibile e sostenibile con l’ambiente e la vita di ogni essere.

L’ambiente è la chiave non solo per capire che ciò a cui stiamo andando incontro, proseguendo con questi ritmi e questi obiettivi, porterà ad un disastro ecologico e limiterà via via sempre più le risorse fino ad esaurirle, ma è anche l’elemento che permette, da una sua lettura consapevole e rigorosa, di porre dei rimedi efficienti nel breve periodo ed efficaci nel lungo. Il nostro compito sarà dunque quello di costruire, per quanto ne saremo capaci, progetti credibili e desiderabili, magari radicali nelle idee ma supportati da criteri scientifici, intelligenti e credibili.

 

Legambiente e la città

Indispensabile, quindi come primo passo, è capire e dialogare con chi vive l’associazione per poter individuare quali possono essere le strategie più efficaci per intervenire e contribuire al miglioramento della vita urbana ma anche associativa.

È opinione diffusa che sia in atto una spaccatura fra una città che è “contenta perché c’è il decoro” e una “folta comunità di cittadini” che avverte la presenza di latenti differenti problematiche e difficoltà. A questo non consegue una reazione ragionata e condivisa tranne sporadiche e isolate azioni che non riescono a coinvolgere la maggioranza di governo.

In questa dualità tra chi è soddisfatto e chi un po’ meno Legambiente è entrata come si dice in termini calcistici, “a gamba tesa”, percepita in quanto tale in maniera conflittuale nel metodo e “schierata” nelle scelte e quindi poco saggia. Manca, in poche parole, la volontà e la capacità di reinventare un nuovo ruolo, pur constatando da una parte che gli spiragli per migliorare le relazioni soprattutto con gli amministratori sono scarse, dall’altra rivendicando l’assenza di promozione delle azioni svolte.

Eppure l’azione quotidiana e la costante presenza sui bastioni è la testimonianza attiva di un amore per la propria città che certamente non può essere travisata: negli anni il volontariato ha lavorato e sta tuttora lavorando per un recupero di beni che altrimenti probabilmente sarebbero già stati destinati a parcheggi, come quotidianamente si ripropone, o peggio demoliti perché intralciano la viabilità ordinaria, come già fatto in anni precedenti. Inventarsi un nuovo ruolo quindi consiste nel rimboccarsi le maniche e ancora una volta agire per conservare e migliorare la percezione e la fruibilità di spazi pubblici e collettivi. Possono essere quindi, a fianco del “banale” ma politico sfalcio stagionale nelle aree in convenzione, avviare progetti di piantumazione, di abbellimento del paesaggio del verde urbano, di recupero di testimonianze storiche, di usi occasionalmente alternativi con la natura dei luoghi, con l’obiettivo finale di realizzare il Parco delle Mura.

Dovremo esser in grado di parlare alla politica, indispensabile perché attrice delle possibili trasformazioni, ma soprattutto dobbiamo imparare a parlare alla città. Nuove sentieri sì, quindi, ma per percorrere gli stessi luoghi. Le risorse di cui disponiamo sono prevalentemente i volontari: diamo loro spazio di azione. Le esperienze di questi giorni che vengono da alcuni paesi europei parlano di giovani indignati perché negati, esclusi dagli ambiti di gestione persino del loro futuro; eppure loro parlano di università popolare e diffusa, di banca dei sogni per la gestione degli spazi liberi, di civiltà e rispetto per i meno abbienti. Il mondo dei giovani, in poche parole, è una risorsa inesauribile. Offriamo loro quello che chiedono: nuovi spazi e nuovi luoghi per le loro azioni.

Più complessa la valutazione dei rapporti con le altre associazioni, che comunque hanno dimostrato essere indispensabili per costruire delle azioni che altrimenti non avrebbero efficacia. Le recenti campagne referendarie sull’acqua e sul nucleare hanno dimostrato quanto sia indispensabile unire le forze per raggiungere quegli obiettivi che in nessun altro modo avrebbero potuto essere ottenuti. Allo stesso modo i progetti in rete, che hanno permesso di migliorare la qualità degli interventi oltre a rendere maggiormente credibili le associazioni di volontariato. Difficili e conflittuali, al contrario, le relazioni con altri soggetti quali comitati (non tutti per la verità) o piccole associazioni che per competenze ma soprattutto spesso per pregiudizi, da ambo le parti, negano e rendono oneroso il lavoro che si intenderebbe svolgere assieme. Legambiente in questi ambienti è percepita come un’associazione autoreferenziale e certamente è nostro dovere, non perdendo l’autorevolezza che ci viene dallo studio e dalla competenza che ci distingue, fare in modo che condividere idee e azioni con noi parta dall’umile consapevolezza che la dialettica è l’unico strumento che adottiamo.

Sicuramente da intensificare quindi i rapporti con tutte le associazioni, non solo quelle ambientaliste: è utile al nostro percorso ma anche alla città. Traffico, urbanistica, cementificazione, acqua, energia, città vivibile, agricoltura, montagna sono i temi su cui cercare intese.

 

La città e Legambiente

Altrettanto indispensabile è capire come Legambiente è percepita dalla cittadinanza in generale, ovvero al di fuori dei circuiti attivi più vicini.

Ne esce che Legambiente è conosciuta come associazione ambientalista non attiva sul territorio, in cui la maggior parte delle iniziative che vengono svolte rimangono sconosciute alla città (ad esempio pochi sanno che la valorizzazione dei bastioni è partita da Legambiente e che tuttora ne gestiamo una parte di questi). Da un altro punto di vista veniamo considerati il “partito degli ambientalisti” perché costantemente presenti sulla stampa con le nostre (giuste) critiche alla Pubblica Amministrazione. Manca di fatto la presenza tra i cittadini e per i cittadini. Da conversazioni anche recenti con altri gruppi e associazioni, soprattutto tra i più giovani, Legambiente appare irraggiungibile e al di fuori del mondo della società civile. Non è affatto chiaro ai cittadini cosa realmente rappresentiamo e cosa facciamo; siamo considerati una specie di ente a cui rivolgersi per consigli o interventi di carattere ambientale o, peggio, come un “organo istituzionalizzato” che, pur criticamente, fa parte del “sistema”.

C’è chi percepisce la nostra associazione quale struttura che dovrebbe essere in grado di intervenire sempre e ovunque, intendendo l’assenza immotivata o peggio segno di accondiscendenza. Una sorta di condanna senza limiti, dato che la percezione dell’importanza della criticità o del conflitto è spesso poco oggettiva e quindi soggetta a valutazioni più personalistiche che universali.

Altri ancora percepiscono una associazione sovradimensionata rispetto a quello che in realtà è, cioè una Legambiente locale che viva molto dell’idea che le persone hanno di Legambiente rappresentata dal gruppo nazionale. Sembriamo la stessa cosa ma non lo siamo, percepiti come autoreferenziali e incapaci al dialogo.

La lettura e le risposte alle problematiche ambientali che abbiamo cercato di dare in questi anni sono state espresse con un linguaggio sconosciuto ai più, con parole percepite come opposto a qualcos’altro e ascoltate solo dai soliti noti.

 

Cosa, come, dove, con chi fare?

A questa implacabile analisi si contrappongono comunque alcune idee forti che appartengono alla storia di Legambiente, e da queste si deve ripartire.

Sono trascorsi quattro anni da quando, terminato per dinamiche proprie un lungo percorso realizzato con la costante presenza dei soci fondatori, i quali per capacità e scientificità hanno fatto vivere una tra le associazioni ambientaliste più presenti e interessanti nel territorio veronese, ha preso vita in Legambiente Verona un nuovo corso che, nella difficoltà di proseguire le indubbie importanti e meritevoli iniziative precedenti, ha cercato,di trovare nuovi indirizzi cui rivolgere l’attenzione e la propria volontaria presenza nelle dinamiche urbane e extraurbane.

Ripercorrere questo breve passato può aiutarci a capire il presente, anche se, come suggerisce il documento di Legambiente Nazionale, è indispensabile immaginare quale futuro ci aspetti per meglio poter calibrare il nostro contributo. In questo documento, che altro non vuole essere se non uno stimolo al dibattito che da più voci ci viene chiesto, cercheremo di intrecciare passato e futuro, cercando di coinvolgere chi non può per molte ragioni vivere la vita associativa ma vuole intervenire nelle strategie e nelle scelte associative, analizzando criticamente gli errori ma soprattutto correggendo e rinnovando gli obiettivi associativi che il periodo storico ci chiede.

 

Ripartire dunque dal volontariato (dal locale all'internazionale), dal già citato progetto “Parco delle Mura”, dalla gestione delle aree verdi in convenzione, dai progetti di accessibilità del verde ai diversamente abili, dalla valorizzazione del patrimonio storico con azioni dirette sul campo (trekking urbani e visite guidate), dal proseguire l'esperienza della gestione di San Giorgetto (proponendoci, appena possibile, per la gestione delle Arche Scaligere), dallo sportello energia (che ha prodotto il primo gas solare a Verona ora in fase di riproposizione), dalla valorizzazione dei due Centri di Documentazione, Ambientale e Parco delle Mura (in fase di inserimento nel catalogo nazionale delle circuito delle biblioteche) e dalla missione didattica svolta quotidianamente dal Centro di Educazione Ambientale dentro e fuori la scuola. E così oltre, con l'integrazione o l'ampliamento della prima Guida alle Mura Magistrali di Verona frutto delle attività di progetto ma anche del semplice volontariato, lavorando per quel Centro Visite Parco delle Mura che, alla ricerca di una sua sede prestigiosa e strategica, ancora non ha visto la luce.

La domanda che è indispensabile riproporre e a cui dovremo rispondere, in momento di riflessione e di revisione delle attività associative, consiste nel chiedersi non solo “cosa facciamo” ma soprattutto “perché lo facciamo”. Le motivazioni che ci spingono a dedicare parte delle nostre giornate al volontariato ambientale sono il vero motore perché segno di un desiderio a partecipare che altrimenti rischierebbe di diventare una non proficua presenza o un velleitario piacere a far parte di qualcosa, utile in qualche caso ma se privo di obiettivi destinato a durare poco.

Così il semplice spostare sassi o tagliare l'erba se inserito in un progetto condiviso di partecipazione e gestione della città risulterà un atto politico forte alla stessa stregua del produrre un dossier sulle ecomafie piuttosto che sulla qualità dell'aria, per fare un esempio. La valorizzazione degli spazi verdi non persegue semplicemente un obiettivo di fruibilità, ma un atto politico quotidiano che difende un'idea legata all'importanza di vivere in ambienti naturali in ambito urbano, di coltivare la natura là dove altrimenti immediatamente verrebbe occupata da abitazioni o centri commerciali. È facile farsi promotori di salvaguardia di aree naturali lontane dal vivere quotidiano o di foreste scoscese e inavvicinabili. Più difficile è far capire che quegli spazi sono un diritto ovunque e non un'elargizione dei poteri costituiti. C'è il diritto al bello, al piacere dell'abitare, al rispetto dei beni comuni, in poche parole al paesaggio urbano che con fatica altri uomini e altre donne prima di noi hanno faticosamente costruito. Quindi ogni cambiamento, ogni passaggio, ogni spostamento di semplici sassi deve venire da azioni condivise all'interno di un progetto complessivo di gestione urbana.

C'è bisogno dunque di un ambientalismo che faccia della praticabilità delle proprie idee e proposte un radicale progetto di soluzioni concrete, rappresentative e reali e soprattutto che contrastino quelle monotematiche che chiedono la gestione privata delle aree pubbliche (il modello adottato  consiste nel contrattare l'attuazione di interventi pubblici in cambio o di consistenti nuove volumetrie in aree pubbliche o ampliamenti in deroga in quelle private, vedi Passalacqua ed ex cartiere, affidandone pianificazione, programmazione e progetto) o nella migliore delle ipotesi aree a parcheggio.

L'impegno quindi deve partire dalla ricerca di nuovi progetti da realizzare in grado di rispondere alle domande che ci facciamo da ambientalisti, coerenti con gli obiettivi associativi che periodicamente vanno discussi e, se del caso, modificati e adeguati.

Sicuramente dovremo avvicinarci di più ai cittadini, organizzando incontri che puntino ad interessi specifici e puntuali di singole categorie. L’iniziativa che proprio in questi giorni è stata concordata con l’Assessorato alle Politiche Sociali, che prevede di organizzare dei corsi di informazione rivolte agli anziani su pratiche di vita quotidiana (come differenziare i rifiuti, corsi di formazione ambientale ect..), si pone sulla strada giusta, perché avvicina direttamente una componente importante al mondo delle associazioni, soggetti solitamente disponibili e attivi in più comparti del volontariato ma poco presenti in quello ambientale.

Allo stesso tempo bisognerà capire chi tra i soci può impegnarsi anche come volontario, andando magari a beneficiare delle specifiche peculiarità, professionalità e capacità di ognuno. Per fare questo sarà indispensabile mantenere attivi i contatti con inviti a partecipare direttamente alla vita associativa, chiedendo di proporre iniziative o aiutando a rispondere a semplici domande su temi che spesso colpevolmente trascuriamo. Una cena potrebbe essere un buon inizio per contattare parte di loro, oltre che una occasione di autofinanziamento.

C’è senz’altro bisogno di aprirsi verso l’esterno, rendersi disponibili a farsi permeare dalla cittadinanza,

Tra i soci più attivi e presenti è indispensabile una maggiore autoformazione e, per i temi più complessi, si dovranno organizzare dei corsi di formazione interni a frequenza obbligatoria, utili e indispensabili per affrontare le sfide del futuro che saranno sempre più competenti e complesse.

Aprire l’università verde (esperienza fatta in altri circoli) potrebbe, nel medio periodo, diventare un occasione e uno stimolo non solo per i soci, ma veicolo per aprirsi alla cittadinanza, con ulteriore obiettivo di creare un centro di ricerca e dibattito sui temi della sostenibilità e di riflessione sulla società e l'economia visti attraverso la lente dell'ambientalismo e dei limiti fisici delle terra. Occorrerebbe una strategia di comunicazione che parta dalla scelta di tematiche prioritarie per l'associazione, con il coinvolgimento in altre aree della società civile (altre associazioni, comitati, etc.), con una raccolta dati sui bisogni della cittadinanza e sulla percezione dei cittadini dello stato ambientale della città. Importante, naturalmente, continuare nelle tante iniziative come blitz, volantinaggi, conferenze pubbliche sui temi della città in luoghi "pubblici" come università, sale civiche, ed essere presenti alle iniziative delle altre associazioni.

Infine è importante che in questa strategia per i prossimi 4 anni si realizzino delle assemblee e dei direttivi con scadenze fisse dove i soci abbiano l'opportunità e perché no il piacere di discutere dei temi e delle scelte che un'associazione come la nostra ha il dovere di fare in maniera condivisa, ragionata e partecipata.

Quali strumenti?

La cassetta degli attrezzi, metaforicamente il contenitore con gli strumenti utili per attivare le politiche e gli obiettivi associativi, contiene già alcuni complementi, già utilizzato in passato anche se poco, a partire dai luoghi fisici in gestione di Legambiente.

La struttura de “l'isola che non c'era”, che al momento necessita di piccoli interventi di manutenzione, è già disponibile per organizzare incontri, formazione, piccoli eventi oltre a ospitare campi di volontariato e, con alcuni adeguamenti, anche volontariato Europeo o internazionale, naturalmente non per periodi lunghi. È quindi una struttura pronta all'uso che se correttamente affiancata alla struttura di Santa Marta ci può permettere di rilanciare il volontariato ambientale.

La chiesa di San Pietro Martire (San Giorgetto) si presta ad ospitare piccole mostre, attività ricreazionali, dibattiti culturali e concerti (attivando contatti con il vicino conservatorio F. Dell'Abaco oltre che con altre associazioni che già si muovono in questo settore. L'Unione Nazionale Italiana Volontari pro Ciechi -UNIVOC- aveva avanzato una proposta collaborativa in tal senso, chiedendo di promuovere assieme serate sensoriali per vedenti e non vedenti).

Nella cassetta abbiamo inoltre le molte campagne nazionali che, se selezionate secondo le nostre caratteristiche e le nostre capacità-possibilità, sono un'opportunità straordinaria, a partire da Salvalarte ma non diversamente da Ecosistema Urbano o Malaria o dalla Campagna sul Clima, occasione di visibilità per parlare di città e di energia, così come con Carovana delle Alpi, Piccola Grande Italia e Goletta dei Laghi creano l'occasione di parlare dei mali che affliggono laghi e montagna e i suoi piccoli comuni, lanciando proposte che coinvolgano anche i circoli provinciali locali di quei luoghi. Quindi ancora Comuni Ricicloni per parlare di rifiuti o Pendolaria, che insieme al Treno Verde apre i temi legati alla mobilità e al pendolarismo.

Ci sono poi tutte le attività di progetto, che portano con loro almeno una triade di valori: permettono di trattare approfonditamente alcuni scelti e oculati temi legati all'ambiente, permettono di utilizzare al meglio le figure professionali presenti nel circolo, oltre ad avvicinarne di nuove, e, non ultima in né in senso temporale né valoriale, portano risorse economiche per la vita stessa dell'associazione. Per accedere e per meglio preparare questa indispensabile attività è giustamente emersa l'esigenza di avere una “banca progetti”, per altro già realizzata dal nostro comitato regionale, quindi con modelli già disponibili, che dovrà essere più usata e quindi permettere di semplificare la presentazione delle richieste oltre a meglio centrare il carattere e gli obiettivi che vengono richiesti dai bandi.

Il Centro Educazione Ambientale continua nella sua attività didattica utilizzando ed allargando i presidi che ha sul territorio, i contatti con i committenti di progetto, le scuole, la formazione, le campagne e svolgendo quotidianamente azione politica oltre che di trasmissione di conoscenza ambientale.

Della formazione, delle attività divulgative e dei dibattiti che l'associazione intende attivare abbiamo già ampliamente accennato.

Per chiudere non rimane che riempire la cassetta con quegli utensili che ad oggi abbiamo usato poco e male o non abbiamo usato affatto: comunicazione, ricerca fondi e tesseramento.

La comunicazione, la cui parola d'origine significa condivisione, è l'interazione, la messa in relazione di più soggetti tra loro con l'effetto di rendere partecipi le parti. Un compito fondamentale quindi che ha bisogno in via prioritaria di conoscere con chi condividere (i cittadini, le imprese i soci...), quale obiettivo si vuole raggiungere, quale canale è meglio utilizzare, oltre a verificare costantemente le risposte. Un compito quindi che necessita di un attenzione (e struttura) specifica e puntuale che aldilà del nome sia in grado di garantire l'efficacia delle relazioni, dei contatti, composto da figure con notevoli qualità comunicative. È lo stesso gruppo che potrebbe occuparsi di ricerca fondi (fund raising) che nella accezione inglese è più vicina al valore e al significato più consono alle associazioni di volontariato. Il fund raising infatti non ha come unica sollecitazione quella di procurare fondi, bensì quella di insegnare che a donare  c'è da guadagnare, e questo avviene quando la missione e la visione dell'associazione coincide il più possibile con quello del singolo cittadino, dell'impresa, dell'ente pubblico o della fondazione a cui ci si rivolge. Un percorso per molti aspetti vicino a quello del tesseramento che da una parte rappresenta la credibilità dell'associazione e dall'altra permette a chi condivide lo scopo e i fini statutari, di diventarne protagonista e parte attiva.

Ancora una volta quindi promuovere la partecipazione come valore insostituibile e unico in grado di garantire sicurezze, solidarietà, diritti e libertà.

 
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