Il parco delle mura e lo sport


Skate Park: per capire gli errori del futuro bisogna guardare al passato

All’inizio del secolo scorso il vallo delle mura, tra i bastioni di San Bernardino e San Zeno, si presentava ancora nella sua ampiezza, anche se la strada di circonvallazione aveva già eroso una piccola parte dello spalto.

L’idea di approfittare delle mura e dei valli per collocarvi impianti sportivi di ogni tipo comincia negli anni Trenta del ‘900. Nel 1932 si costruisce la grande “vasca natatoria”, fiore all’occhiello del Regime, «la più grande d’Europa», come si scrisse allora. Era alimentata dall’acqua dell’Adige che arrivava dal vicino canale Camuzzoni e che veniva decantata nella vasca ovale dove poi sarebbe stato collocato lo skate-park di cui si discute in questi giorni.

La vasca natatoria, dove si è poi costruito il primo skate-park

Erano gli anni in cui i veronesi non sapevano cosa farsene delle mura e dei valli. L’Amministrazione comunale aveva addirittura proposto di abbattere gran parte della cinta fin dalla sua smilitarizzazione nel 1913: erano opere del “nemico” austriaco, un inutile ingombro. Nell’impossibilità di attuare il proposito per l’opposizione di alcuni cittadini illustri (Angelo Dall’Oca Bianca tanto per fare un nome) e del soprintendente Alessandro Da Lisca si optò, correttamente, per trasformare i bastioni Riformati e Santo Spirito nel Parco Regina Margherita, e si cominciò a pensare che alcuni impianti sportivi potevano essere collocati in altre aree della cinta. Nell’estate 1937 si completa l’assedio sportivo del bastione di San Zeno con i campi dell’Associazione Tennis Verona, presente dal 1929 nell’area di Porta San Giorgio ma sfrattata da lì per la costruzione del lungadige pedonale, allora intitolato Lungadige Littorio. Altri impianti verranno poi realizzati per il calcio e ancora per il tennis; impianti poi arricchiti con le indispensabili, per lo sport, attrezzature: spogliatoi, coperture, ritrovi e bar, fari per l’illuminazione.

Il tennis club, aperto sulle mura dal 1929.

Oggi, a distanza di quasi novant’anni, possiamo finalmente valutare se quella scelta sia stata lungimirante e se abbia prodotto la valorizzazione delle mura o se, invece, non sia stata deleteria. Oggi le opere di fortificazione di cui allora si negava l’importanza storico-artistica sono riconosciute per il loro valore e l’Unesco lo ha ribadito nella motivazione «Verona rappresenta in modo eccezionale il concetto della città fortificata in più tappe caratteristico della storia europea». I bastioni asburgici sono l’ultima delle «tappe» e completano la storia della città fortificata. Se fosse vera la prima ipotesi le mura non avrebbero problemi, sono circondate e “difese” da una grande quantità di impianti. I cittadini che li frequentano avrebbero apprezzato la bellezza e l’importanza delle opere di architetture militari seguendo con lo sguardo un pallonetto o una volée. Ma non è andata propriamente così.

Le recinzioni

Per impedire l’accesso ai non addetti ogni campo o piscina è recintato sui tre lati; su quello verso la città sono le muraglie veneziane o il muro alla Carnot a delimitare lo spazio. In questo modo il vallo è continuamente interrotto e non è percorribile su percorsi pedonali e ciclabili, come invece si raccomanda da parte dell’Unesco e come si fa nelle città come Ferrara e Lucca che hanno saputo valorizzare meglio le proprie mura. Se all’interno di questi recinti i gestori si preoccupano di mantenere la pulizia, all’esterno si accumulano sporcizia e degrado. I percorsi ciechi in cui termina il tratto di vallo sono destinati ad ospitare gli insediamenti abusivi e i bivacchi: chi cerca un posto dove ripararsi lo trova in luoghi che non sono frequentati e percorribili. Se per accedere occorre pagare, come nel caso delle piscine, allora si pensa di frapporre ostacoli ulteriori e sul muro alla Carnot vengono elevati nuovi muretti di sbarramento.

Le coperture

La grande vasca natatoria non ingombrava in altezza il vallo, ne manteneva l’ampiezza originaria. Ad elevarsi era solo il trampolino in cemento che si vede ancora nelle vecchie foto e i cui resti sono stati visti ancora non molti anni fa all’esterno dell’orecchione di San Bernardino. Ma una volta realizzata qualsiasi opera può continuare a svilupparsi autonomamente, per seguire le esigenze o le mode di chi la frequenta. Ci vuole la piscina coperta perché sia frequentata non solo in estate e se serve per lo sport agonistico ce ne vuole un’altra dove allenare tutto l’anno i campioni della Nazionale. Per il tennis alla fine di ogni estate si gonfiano i palloni delle coperture dei campi, che sporgono sopra il muro alla Carnot creando un curioso paesaggio incongruo.

Le coperture invernali del tennis club

Lo scivolo della piscina di Via Galliano

L’esigenza del gestore, imprenditore privato che deve coprire i costi e realizzare profitto, si spinge a progettare opere nuove: le piscine diventeranno un “parco acquatico”, come ce ne sono altri sul lago di Garda e in provincia. Ma per il previsto scivolo non arriva il nulla osta della Soprintendenza che, forse, comincia a valutare che a confinare con l’impianto sportivo ci sono le mura veneziane e il cavaliere San Giuseppe.

Fabbricati di servizio

Si potrebbe continuare a lungo elencando problemi come questi. Ci accontentiamo di citare una pagina non scritta da noi ma che per alcuni anni è rimasta sul sito web del Comune al tempo dell’amministrazione Sironi e che li riassume tutti:

Occorre “avvertire l’inopportunità, assai radicata nell’ultimo mezzo secolo (il testo è della fine degli anni ’90, ndr.) di intendere ed usare le pertinenze esterne delle mura, valli o fossi magistrali, come spazi privi di qualità, terra di nessuno da occupare nel modo più scriteriato, eterogeneo, improvvisato, con tutto ciò che non trova posto in altri luoghi: parcheggi, ampliamenti delle sedi viarie, impianti sportivi di vario genere, col loro seguito di fabbricati di servizio in stile precario”.

Ne diamo solo alcuni esempi. La baracca spogliatoio nell’orecchione del bastione di San Procolo; la piscinetta all’interno del Tennis Club, addossata alla caponiera; il bar-ritrovo dell’altra associazione tennistica; le baracche in lamiera del campetto “Luigi Piccoli”.

Orecchione del bastione San Procolo con spogliatoio

L’abusivismo

È un male che le mura si portano dietro da almeno un secolo: occupazioni, edifici e ricoveri di fortuna, case per sfollati ma anche opere pubbliche, come centraline del gas e dell’acqua e i nostri impianti sportivi, molto raramente realizzati con l’approvazione della Soprintendenza. Se e quando è successo è perché qualcuno ha chiuso gli occhi, tollerando più che consentendo. Citiamo solo un caso, per ammissione degli stessi autori:

“Per realizzare la nuova sede (del tennis) abbiamo scavato ben 380 camion di terra (…) un’operazione abusiva che ci ha consentito di usufruire di quelle tribune naturali che ancora oggi fanno di questo campo uno dei più caratteristici d’Italia”.

E’ da ricordare che per colpa delle numerose opere abusive che non si riesce ad eliminare non è possibile il passaggio di proprietà al Comune dell’intera cinta magistrale.

Cosa fare?

Nessuno si illude che tutto possa essere fatto subito e che sia facile rimediare a decenni di errori. Ma per cominciare bisogna smettere di farne altri. Occorre predisporre finalmente delle “linee guida” per un programma di sistemazione che potrebbe durare anni. È necessario ribadire che il Parco delle Mura deve essere ancora quello “storico-monumentale” che era stato ipotizzato alla fine degli anni ’90. Bisogna decidere cosa si può fare e cosa non si deve fare. Si possono coinvolgere associazioni sportive e culturali per un uso sportivo compatibile con il monumento. Qualche anno fa Legambiente e CUS avevano organizzato una giornata di sport collocando sul bastione di San Bernardino, appena recuperato, attrezzature leggere e mobili, da spostare alla fine della gara: porte per il calcetto e la pallamano di plastica; ostacoli per le gare di corsa ecc. Con le associazioni podistiche era stata organizzata una corsa campestre ed era stato realizzato un percorso impegnativo per il “Cross delle mura”. Ma Legambiente non è un’associazione sportiva e ci sarebbe stato bisogno dell’appoggio del Comune per finanziare le iniziative e proseguirle nel tempo.

La “buca” di Via Galliano, tra skate-park e parcheggio ad uso dei tennisti

Torniamo infine al problema di partenza. La vasca di decantazione è diventata qualche tempo fa una pista per lo skateboard, con qualche ostacolo da superare. Successivamente è stato realizzato a pochi metri di distanza un parcheggio ad uso esclusivo dell’ATV (Ass. tennis Verona). In questi ultimi giorni l’Amministrazione comunale annuncia che nella stessa area verrà realizzato uno skate park, su proposta di un consigliere comunale che pensa in questo modo di valorizzare le mura. Costo stimato 500mila euro. Non si fa attendere la protesta dei tennisti che reclamano il “loro” parcheggio e si oppongono allo skate park. Tuttavia, stando alla normativa e agli impegni assunti, non dovrebbero esserci né il parcheggio né il nuovo impianto sportivo.

Il parcheggio dell’associazione Tennis Verona

La casa del custode, tanto malridotta che nessuno si illude possa resistere per molti anni, non è la sede di Legambiente, né tanto meno “l’orto” che si vorrebbe mantenere, come vuol far credere qualcuno. A proprie spese e con il contributo del Centro Servizi per il Volontariato l’associazione si è fatta carico del recupero della struttura, che oggi occupa pagando regolare canone d’affitto al Comune di Verona. Negli anni l’edificio ha
ospitato attività e iniziative di associazioni di volontariato, spesso legate alla pulizia dell’area e delle mura. Non è più attiva alcuna convenzione tra Legambiente e il Comune di Verona per la pulizia dell’area circostante, che tuttavia prosegue saltuariamente con il solo volontariato di Legambiente.

I lavori di ristrutturazione fatti da Legambiente nella casa del custode

Le mura di Verona sono un’opera complessa fatta di muro, terra, bastioni pentagonali, muro alla Carnot, vallo e spalto. Dalle mura all’area in cui si vorrebbe costruire lo skate-park non ci sono 200 metri, questo perché tutta l’area, fino alla circonvallazione, fa parte del complesso fortificato. Le attuali attrezzature per lo skateboard potrebbero esser sostituite e si potrebbe mantenere un minimo di pulizia e controllo con una spesa limitata, in attesa di definire con un progetto una sistemazione compatibile con la destinazione a Parco delle Mura. Riteniamo invece sbagliato procedere alla costruzione di un nuovo impianto sportivo in assenza di un piano complessivo che riguardi tennis, piscine, area verde, collegamento con il vicino bastione attraverso la porta di sortita dell’orecchione – anche questa recuperata, smurata e dotata di cancello su iniziativa di Legambiente. Dopo l’esperienza positiva del recupero della vasca dell’Arsenale perché non progettare un’area giochi e picnic attorno ad un laghetto, come aveva ideato anni fa l’architetto Perbellini in una sua pubblicazione?

Centro di documentazione Parco delle Mura di Verona
Comitato per il verde
Legambiente Volontariato Verona.